È ormai diventato usuale sentirsi richiedere, al momento di un ricovero programmato per un intervento chirurgico di elezione, non urgente, l’acquisto di una calza cosiddetta “antitromboembolica” che verrà fatta indossare subito prima di essere trasportati in sala operatoria oppure posizionata dal personale sanitario durante o immediatamente dopo lo stesso. Più raramente vengono fornite dalle stesse strutture sanitarie che ricoverano la persona.

Normalmente si tratta di calze “bianche” elastiche che hanno caratteristiche simili ma non uguali alle calze terapeutiche di cui si è parlato in altre occasioni in questa mia rubrica.

Ma a che servono? 

Oltre al rischio insito nel tipo di intervento cui ci sottoporremo a molti tipi di chirurgia si aggiunge il pericolo di sviluppare una trombosi venosa, altrimenti detta flebite flebotrombosi… tutte definizioni sostanzialmente equivalenti e la sua complicanza più temibile: l’embolia polmonare.

Questa eventualità non è da imputare al Chirurgo e alla sua capacità ma è tipica del tipo di intervento e anche a volte incrementata dalla malattia per la quale lo si subisce. È possibile infatti calcolare, ovviamente in maniera statistica e non certo personalizzata, il rischio trombotico in relazione a Paziente, tipo di intervento e malattia che lo determina.

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Come lo si riduce?

Se si tiene presente che la riduzione della mobilità, tipica del post-operatorio, è concausa dello sviluppo di una trombosi a sua volta determinata dal rallentamento della velocità del sangue nelle vene, l’inizio il più precoce possibile del cammino è il provvedimento più importante. La somministrazione di eparina, le punturine che si fanno sottocute di solito nella pancia, riduce anch’essa la possibilità di trombosi. Le calze antitrombo aiutano invece ad aumentare la velocità di scorrimento del sangue nelle vene anche in questo caso con effetto antitrombotico.

La loro efficacia è massima soprattutto quando la persona è immobilizzata al letto, ma per le caratteristiche costruttive non riescono più ad agire in maniera adeguata quando il Paziente si rimette in piedi e riinizia a muoversi autonomamente con regolarità. Quando questo avvenga, il più precocemente possibile come si diceva, la calza antitrombo dovrebbe essere sostituita, se necessaria, da una calza terapeutica normale.

A seconda dei casi si deve tener presente che una corretta terapia, complessiva, antitromboembolica, è in grado di ridurre il rischio trombotico, per esempio in chirurgia ortopedica dell’anca, dal 60% a meno del 10% circa! Non poco! Sicuramente provvedimenti da seguire e mettere in atto con assoluta serietà!